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Le Misure Antropometriche del Ciclista per la definizione del Telaio e dell’Assetto

martedì, 11 maggio 2010

Le misure del corpo del ciclista definite anche misure antropometriche sono uniche e diverse per ogni persona. Nei casi più rari, si potrebbero misurare uno o due segmenti uguali (ad esempio lunghezza delle braccia o del tronco), ma difficilmente si riuscirebbe a trovare due ciclisti con due strutture corporee sovrapponibili.
Le misure dei segmenti corporei definiscono, insieme al valore di flessibilità della schiena, le dimensioni della bicicletta e la regolazione dei suoi componenti.
Le misure antropometriche che determinano le dimensioni del telaio e delle misure di posizione sono 10:
1.    Cav_ la misura dell’altezza cavallo;
2.    T_ la misura del tronco;
3.    B_ la misura delle braccia;
4.    C_ la misura del femore (segmento coscia);
5.    G_ la misura della tibia (segmento gamba);
6.    P_ la misura del piede;
7.    S_ la misura della larghezza delle spalle;

8.    LAI_Larghezza Appoggio Ischiatico

9.    le dimensioni delle mani.

10.    la flessibilità della schiena;

L’altezza del cavallo è una dimensione che si rileva posizionando il ciclista in piedi con le gambe distese e i piedi paralleli distanti pochi cm fra loro. L’altezza cavallo viene rilevata misurando la distanza perpendicolare che intercorre fra il punto anatomico di appoggio del bacino sulla sella (compreso fra le due gambe) e il suolo nel punto di caduta compreso fra i due piedi.
L’altezza cavallo permette di determinare l’altezza del tubo piantone del telaio e, assieme alla dimensione dei piedi permette di risalire con una buona precisione al valore di altezza ottimale della sella.
La lunghezza del tronco, è la distanza che intercorre fra il punto di appoggio al cavallo e il margine superiore dello sterno compreso fra le due clavicole (fossetta situata appena sotto il pomo d’Adamo).
La lunghezza del tronco è la misura principale che, assieme alla lunghezza delle braccia e alla flessibilità della schiena, determina la dimensione del tubo orizzontale della bicicletta. La lunghezza del tronco, inoltre, sempre in associazione con la lunghezza delle braccia e la flessibilità della schiena, concorre a determinare la distanza sella manubrio.

La misura delle braccia  è la distanza che intercorre fra il centro dell’articolazione della spalla e il centro dell’articolazione del polso.
La lunghezza del braccio, assieme alla lunghezza del tronco e alla flessibilità della schiena, come detto, concorre a determinare la lunghezza del tubo orizzontale. Non solo. La lunghezza del braccio concorre a definire la distanza sella manubrio condizionando in modo particolare la lunghezza della pipa (o attacco manubrio). Inoltre assieme alla flessibilità della schiena concorre a determinare lo scarto sella attacco manubrio.

Misura arto inferiore. La misura del femore (segmento coscia) è la distanza compresa fra l’articolazione dell’anca e l’articolazione del ginocchio. La misura della tibia (segmento gamba) è la distanza compresa fra l’articolazione del ginocchio e l’articolazione della caviglia.
La proporzione fra femore e tibia condiziona l’entità dell’arretramento della sella e probabilmente la lunghezza della pedivella.
Un femore in proporzione più lungo rispetto alla tibia condiziona un maggiore arretramento della sella al fine di permettere al ginocchio una migliore posizione rispetto al sistema movimento centrale pedivella.

La misura della larghezza delle spalle è la distanza che intercorre fra il centro dell’articolazione della spalla destra e il centro dell’articolazione della spalla sinistra.
La larghezza delle spalle definisce la larghezza del manubrio, i cui appoggi alle impugnature dovrebbero essere perpendicolari alle articolazioni stesse.

La misura della larghezza del bacino, ma più precisamente della sua parte inferiore costituita delle estremità ischiatiche di destra e di sinistra, rappresenta o dovrebbe rappresentare il riferimento fondamentale per la determinazione della dimensione della sella. Le estremità ischiatiche, infatti, rappresentano il primo elemento osseo di sostegno nella posizione seduta. Quando la sella risulta più stretta rispetto ai due punti ischiatici o più larga si perdono le condizioni ottimali di comfort e di efficienza della pedalata, indipendentemente dalle qualità intrinseche della sella (forma, imbottitura, foro centrale ecc.).

La misura del piede del ciclista deve essere rilevata in modo differente rispetto al classico tallone-punta delle dita. La distanza importante per il ciclista è infatti quella che intercorre fra il tallone e la base delle dita (o teste metatarsali) che rappresenta il punto di applicazione della spinta sul pedale. Tale misura è quella che definisce la regolazione delle tacchette della scarpa. Nel caso, non raro, in cui tale misura fosse diversa fra piede destro e sinistro, la regolazione delle tacchette dovrà tenerne conto con una regolazione differenziata sulle due scarpe.

Le dimensioni delle mani sono importanti per definire la scelta della curva manubrio e al fine di attuare la regolazione delle leve freno. La scelta del manubrio e la regolazione della leva freno devono essere attentamente ponderate in caso di mani piccole

La flessibilità della schiena consiste nella capacità della colonna vertebrale di flettersi in avanti avvicinando le spalle alle gambe e ai piedi. La flessibilità della schiena è determinata sia dal tratto lombare che da quello dorsale. In alcuni ciclisti il grado di flessibilità dei due tratti della schiena è nettamente diverso.
La flessibilità della schiena concorre con la lunghezza del tronco e la lunghezza delle braccia a determinare la dimensione del tubo orizzontale e la distanza fra sella e manubrio; con la lunghezza delle braccia concorre invece a determinare lo scarto fra sella e attacco manubrio.

I principi fondamentali dell’allenamento

venerdì, 30 aprile 2010

L’efficacia del programma di allenamento richiede, la conoscenza di quei principi che regolano la durata, la frequenza e l’intensità delle singole sedute, nonché la scelta dei singoli contenuti e la loro distribuzione nel tempo. Ci riferiamo ai principi fondamentali dell’allenamento che hanno l’obiettivo di guidare nel “dosaggio” degli ingredienti dell’allenamento e costituiscono, quindi, le regole fondamentali per la pianificazione e la programmazione dell’allenamento. I principi fondamentali dell’allenamento sono: il Principio della supercompensazione, il Principio della continuità, il Principio della gradualità, il Principio della individualità, il Principio della alternanza.
Solo attraverso la conoscenza ed il rispetto dei principi fondamentali dell’allenamento diventa possibile utilizzare e “amalgamare” fra loro gli ingredienti cioè i contenuti dell’allenamento, i singoli metodi allenanti.
Principio della supercompensazione. Il principio fondamentale dell’allenamento è detto principio della supercompensazione. Qualsiasi carico di lavoro allenante, determina uno stato di affaticamento al quale l’organismo reagisce adattando le proprie funzioni ad un livello di efficienza superiore fig 1; si può dire cioè che l’organismo “supercompensa” lo stimolo.
Tale principio dell’allenamento evidenzia l’importanza della fase di recupero. Proporre un ulteriore carico allenante ancor prima che si sia completata la fase di recupero e quindi la supercompensazione, è controproducente
Principio della continuità del carico. Allenarsi con continuità nel tempo significa non introdurre pause troppo lunghe all’interno della propria attività allenante. Una amara constatazione per molti sportivi e amanti dell’attività fisica è infatti, l’aver provato quanto sia facile perdere una buona condizione atletica,  e quanto al contrario sia difficile ottenerla. E’ fondamentale non cadere in questo errore soprattutto per coloro che praticano attività out-door. Quando le avverse condizioni atmosferiche e le poche ore di luce costringono a un temporaneo abbandono dell’attività praticata, è consigliabile che questi sportivi si indirizzino verso attività indoor simili o alternative.
Principio di gradualità del carico. La gradualità del carico dell’allenamento consiste nel sottoporsi ad allenamenti che rispettino un andamento crescente in fatto di intensità. Se all’intensità del primo allenamento diamo un valore 1, il secondo dovrà essere di valore 2 e non 5, e così di seguito. Non rispettare il principio della gradualità si rischia a volte di rallentare il raggiungimento della condizione o addirittura di arrecare dei danni all’organismo.


Principio di individualità del carico
. Ogni individuo presenta caratteristiche tecniche ed atletiche che lo rendono unico e solo in parte simile ad altri. Se due persone decidono di allenarsi allo stesso modo e con gli stessi carichi, rischiano, se non dotati di caratteristiche simili, di sottoporsi a carichi di lavoro inadeguati.
L’individualità consiste quindi nel sottoporre l’atleta da un punto di vista qualitativo e quantitativo ai carichi di lavoro personalizzati.
L’uso del cardiofrequenzimetro consente di realizzare al cento per cento questo principio di allenamento.
Principio di alternanza del carico. Questo principio è importante soprattutto per coloro che si allenano con obiettivi competitivo-agonistici. L’alternanza del tipo carico allenante fra un allenamento e l’altro o all’interno di uno stesso allenamento risponde a delle precise esigenze di adattamento fisiologico del nostro organismo. Se ad esempio ci si allena per due giorni consecutivi sulla forza resistente si rischia di compromettere il lavoro svolto nel primo giorno; il muscolo infatti impiega da 24 a 48 ore per mettere in atto quegli adattamenti che elevano le sue qualità in seguito ad uno stimolo allenante.

Come scegliere il canotto reggisella

lunedì, 26 aprile 2010

Il cannotto reggisella costituisce l’importante l’elemento di connessione fra telaio e sella. La sua scelta rappresenta un passaggio, a volte, fondamentale per la determinazione della posizione in sella e complessivamente per l’assetto biomeccanico del ciclista sulla bicicletta.
Le funzioni a cui deve assolvere il cannotto reggisella sono diverse. Prima fra tutte, deve connettere la sella con il telaio attraverso la simbiosi con il tubo piantone di cui rappresenta il naturale prolungamento. A questa prima funzione se ne accoda una seconda, un poco impropria, che consiste nella soddisfazione dei canoni estetici a cui noi, come italiani, siamo molto legati. Sotto il profilo biomeccanico il cannotto deve invece, assolvere alle funzioni di regolazione dell’altezza della sella, dell’arretramento rispetto alla verticale del movimento centrale e  alla regolazione dell’arretramento dell’inclinazione della superficie rispetto al piano orizzontale.
La funzione di regolazione della altezza della sella è strettamente legata alla caratteristica del diametro del cannotto e della sua lunghezza.
Dovendo entrare in simbiosi con il tubo piantone, il tubo reggisella viene realizzato in diversi diametri. Il principale, che per alcuni modelli rappresenta l’unico diametro disponibile, è costituito dal 27,2 mm e ciò al fine di soddisfare le esigenze della maggioranza dei telai in commercio il cui diametro interno del tubo piantone è appunto 27,2 mm.Ormai in declino l’acciaio, i materiali protagonisti nelle realizzazioni di questo elemento sono essenzialmente tre: alluminio, carbonio e titanio. L’alluminio, o con maggior precisione, la lega di alluminio, offre un buon compromesso fra rendimento meccanico e leggerezza ancor più esaltata nei diametri più ampi (> 29,0 mm). Sempre più richiesto vi è poi la fibra di carbonio realizzata tramite l’unione di più strati di tessuto ( minimo 3 ) con apposite resineVi sono infine realizzazioni che consistono nel rivestimento esterno in carbonio di un cannotto più stretto in alluminio. Sempre validi come rendimento meccanico e avvincenti sul profilo estetico.I cannotti in carbonio, soprattutto se in monoscocca, riescono a sconfiggere sul peso i concorrenti realizzati in alluminio o in titanio, sull’ordine dei 30-40 grammi in meno.
Le realizzazioni in titanio, infine, abbinano una indiscussa eleganza estetica alle nobili proprietà meccaniche tipiche del materiale. Il peso delle realizzazioni in titanio si affianca a quello dei cannotti in alluminio.
Rimangono da analizzare due importanti funzioni che il canotto reggisella deve garantire:
-    la prima è la regolazione dell’arretramento della sella rispetto alla verticale del movimento centrale;
-    la seconda riguarda la regolazione della inclinazione della sella rispetto al piano orizzontale.
Entrambe le funzioni sono consentite dalla testa del reggisella e dalle caratteristiche del morsetto di bloccaggio della sella.
Ferma restando, la presenza sul mercato di selle aventi una diversa lunghezza della slitta di bloccaggio, la possibilità di regolazione dell’arretramento della sella è fortemente condizionata dalla struttura della testa del reggisella.
In particolare, l’arretramento del lato anteriore del morsetto di bloccaggio rispetto alla linea di prolungamento del lato anteriore del cannotto rappresenta l’elemento fondamentale per questa regolazione.
L’entità di questo parametro, che da ora in poi definiremo “arretramento bloccaggio”, rappresenta o può rappresentare un elemento di valutazione fondamentale per la scelta di un cannotto reggisella.Per quanto riguarda la regolazione dell’inclinazione sella, essa risulta strettamente connessa  con  la tipologia del morsetto di bloccaggio dei cannotti presenti in commercio. L’entità della regolazione risulta comunque variabile +/- 4° -5° che in termini di millimetri rappresentano un’entità variabile di +7- 10 mm rispetto al piano orizzontale.
L’entità dell’ “arretramento del bloccaggio” reggisella, conduce ad un approfondimento sulla possibilità di intervenire virtualmente sulla correzione dell’angolo del tubo piantone, o meglio, sul suo principale effetto sulla posizione del ciclista che consiste nel definire le possibilità di regolazione dell’arretramento della sella rispetto alla verticale del movimento centrale.
Un angolo avanzato di tubo piantone 74° – 75° condizionerà un minore arretramento della sella rispetto a ad un telaio con angolo piantone di 72,5° – 73,5°.  Soprattutto in presenza di angolazioni superiori a 75° o inferiori ai 72° potrebbe risultare conveniente, sotto il profilo biomeccanico, l’utilizzo di canotti  con “arretramento del bloccaggio” vicino ai 40,0 mm nel primo caso e vicino a 0 mm nel secondo caso.
In particolare, dalla lettura della tabella n.1,  si può notare di quanto alle diverse altezze della sella, un maggiore “arretramento del bloccaggio” può modificare virtualmente l’effetto dell’angolo del tubo piantone.
Si può notare come il maggiore arretramento della sella permesso dall’ “arretramento del bloccaggio” corrisponde ad una correzione  virtuale dell’angolo piantone che a pari  valore di arretramento risulta più contenuta ad altezze più elevate.
Ad esempio, un “arretramento del bloccaggio” di 20,0 mm, determina una correzione virtuale dell’angolo piantone di 1,76° gradi su un’altezza sella di 65 cm, mentre di 1,35°, quasi mezzo grado in meno, ad una altezza sella di 85 cm.

Le patologie che ci impongono di cambiare telaio – Parte 2

venerdì, 16 aprile 2010

Non essendo la bicicletta da strada ammortizzata anteriormente, tutte le vibrazioni e i sussulti provenienti dal terreno, vengono trasmessi in modo diretto alla parte dorsale alta costringendo i muscoli di quella zona a un iperlavoro di tenuta.
Una simile posizione protratta per alcune ore porta a una intossicazione locale della muscolatura cervicale e dorsale, responsabile poi, nel tempo, della perdita di elasticità dei tessuti e ad una possibile sofferenza articolare e nervosa di questo tratto della colonna.
Una posizione più alta del manubrio ed eventualmente più lunga (cioè più distante dalla sella) da adottare in tutte quelle situazioni in cui si presentano problemi da sovraccarico a livello cervicale e dorsale alto, è in grado di ridurre o di risolvere questo tipo di problema.
Con una posizione più alta e più lunga del manubrio, infatti, le braccia risultano più oblique verso avanti e leggermente flesse a livello del gomito: ciò permette di ammortizzare le vibrazioni e i contraccolpi provenienti dal terreno e di trasmetterli in modo meno diretto alla zona dorsale alta. Le mani sono in presa e non in appoggio sul manubrio, e la presa risulta comoda in tutte le tre posizioni: corna cioè sopra le leve di comando, parte orizzontale e posizione bassa o curva manubrio. Anche il tratto cervicale trova giovamento da una tale posizione in quanto il capo è già alto e l’iperestensione del collo è decisamente minore.
Se questa situazione non è realizzabile in modo razionale tramite le correzioni di assetto la soluzione e quella di passare ad un telaio più grande: più alto e più lungo. (fig. 1b).

Scendendo alla zona lombare possiamo le situazioni di sovraccarico e patologie di tipo muscolare e articolare e nervosa in bicicletta, sono strettamente legate, oltre che ad una predisposizione personale, anche ad una posizione bassa del manubrio (scarto sella attacco elevato) e corta (distanza sella manubrio insufficiente). Il bacino e il tratto lombare, rappresentano una zona importante in cui confluiscono sollecitazioni meccaniche provenienti dal mezzo, e, allo stesso tempo, da cui parte l’azione propulsiva degli arti inferiori.

Le lombalgie o infiammazioni del tratto lombare del ciclista, oltre ad una certa predisposizione personale, insorgono più facilmente, quando le misure del telaio e di assetto della bicicletta, costringono il ciclista ad una posizione corta. Ciò comporta una minor distribuzione del peso sulle braccia e un conseguente sovraccarico meccanico sulla parte bassa della schiena costretta ad assorbire le sollecitazioni provenienti dal mezzo.
Anche una posizione di scarto (dislivello) elevato fra sella e manubrio può predisporre a sovraccarico questa parte della schiena ma con un diverso meccanismo di causa ed effetto.
In condizioni normali di posizione eretta, la colonna lombare presenta una leggera curva in avanti (lordosi lombare fisiologica). Quando invece il ciclista sale in bicicletta questa curva si annulla o addirittura diventa contraria (cifosi lombare).
2000 Non solo, durante la prima fase di spinta, soprattutto quando questa è intensa, l’azione del gluteo determina una rotazione verso dietro del bacino che accentua la cifosi lombare. Tale cifosi risulta ancor più accentuata nella pedalata in sella in salita quando, al fine di potare a monte il baricentro del corpo sul punto di spinta del pedale, il busto viene spostato ancora di più in avanti.
A parità di distanza sella-manubrio, maggiore risulta lo scarto (dislivello) e più accentuata risulta la cifosi lombare. Questa condizione può condurre ad un eccessivo lavoro in stiramento della muscolatura lombare che cerca di contenere la curva cifotica. Nei casi più gravi o dove è presente una particolare predisposizione, può verificarsi una infiammazione delle radici nervose, conseguente ad una riduzione dello spazi di passaggio della radice stessa.
Nelle situazioni in cui vi è la confluenza di una predisposizione personale e di una anomalia di assetto difficilmente superabile con le regolazioni di sella e manubrio, è opportuno intervenire sostituendo il telaio attuale con uno più adeguato.

Gli accorgimenti, quindi, che dovranno essere considerati nella realizzazione di un nuovo telaio per un ciclista sofferente di mal di schiena riguardano tutti quegli elementi capaci di aumentare o ridurre la rigidità:
il materiale e i componenti (forcella, ruote, attacco e manubrio);
l’entità dell’inclinazione del tubo piantone;
la geometria e le dimensioni con particolare riguardo alla lunghezza del tubo orizzontale e all’altezza del piantone e del tubo di sterzo al fine di garantire uno scarto sella manubrio adeguato.
La rigidità di un materiale definisce la sua capacità di trasmettere un impulso meccanico. Più un materiale è rigido maggiore è la sua capacità di trasmettere impulsi meccanici; una minor rigidità indica invece che parte dell’impulso viene assorbito dalla sua deformazione.
La rigidità di un telaio può essere interpretata in due modi:
rigidità “verticale” intesa come la capacità di trasmettere verso l’alto gli impulsi provenienti dal terreno;
rigidità “torsionale” intesa come la capacità del telaio di resistere agli impulsi di torsione dati dalla spinta del ciclista sui pedali.
L’obiettivo nella realizzazione di una buona bicicletta è quello di ottenere una bassa rigidità “verticale” e un’alta rigidità “torsionale”.
Nel nostro caso, l’obiettivo principale è quello di limitare la rigidità “verticale”. Per quanto riguarda la rigidità dei materiali la scelta deve ricadere nell’ordine su carbonio, acciaio, titanio, alluminio. Per i componenti è invece opportuno optare per ruote a basso profilo, forcelle in carbonio con un rake ampio (> 45mm).
Nella scelta della geometria è opportuno orientarsi su un’angolazione del tubo piantone uguale o inferiore ai 73° con altezza e lunghezza adeguati alle proporzioni con particolare attenzione a che le dimensioni del tronco vengano rispettate dalla lunghezza del tubo orizzontale anche a costo di andare su un su misura. In genarale, nei casi di sovraccarico e patologie di schiena e collo è preferibile privilegiare un telaio leggermente più grande rispetto a uno leggermente più piccolo.
Per quanto riguarda invece la scelta fra geometria tradizionale e geometria sloping la decisione deve ricadere sul meno compatto telaio tradizionale.

Le patologie che ci impongono di cambiare telaio – Parte 1

lunedì, 12 aprile 2010

Il modo con cui il ciclista si rapporta con la bicicletta deve risultare funzionale sia ai fini della prestazione atletica e sia ai fini della prevenzione di sovraccarichi muscolari e articolari spesso responsabili, principali o secondari, di alcune patologie.
La posizione in sella o assetto biomeccanico viene realizzata attraverso il posizionamento dei tre punti di contatto, sella, manubrio e pedali rispetto al movimento centrale del telaio.
La sella viene posizionata in altezza e arretramento rispetto al movimento centrale, il manubrio in distanza e in dislivello rispetto alla sella, e il pedale in distanza rispetto al movimento centrale. La regolazione di questi tre elementi non è illimitata ma è, al contrario, limitata entro dati valori definiti dalla dimensione del telaio.
Non è poco frequente incontrare colleghi e amici ciclisti che affermano di non trovarsi a proprio agio o addirittura di accusare dolori con la bicicletta attuale, e di desiderare un ritorno al bicicletta precedente. Altri ancora che si dicono demoralizzati per aver cambiato già diverse biciclette senza aver risolto problemi di tensioni e dolori che si ripresentano ad ogni uscita.
Il modo di pensare più diffuso è quello di attribuire la responsabilità di tali problemi al telaio non adeguato alle proprie dimensioni e proporzioni corporee.
Prima di giungere ad una tale conclusione occorre sgombrare il campo da altre ipotesi capaci di costituire una risposta altrettanto valida.
Anzitutto se il disagio o il dolore si presenta da una sola parte, ci si trova di fronte ad un problema di asimmetria o di deficit di funzionalità che determina un sovraccarico o un superlavoro su un lato rispetto all’altro. In situazioni simili il telaio, non ottimale, può rappresentare solo una concausa predisponente.
Nel caso, invece, in cui il disagio o il dolore si presenti sia a destra che a sinistra o nella colonna vertebrale è opportuno esplorare prima le possibilità di regolazione di altezza e arretramento sella, di distanza e scarto sella-manubrio e di lunghezza della pedivella.

Patologie e sovraccarico funzionale
Analizzando distretto per distretto possiamo individuare situazioni di sovraccarico e patologie a carico di arti superiori collo e schiena e arto inferiore
Patologie da sovraccarico dell’arto superiore
Le patologie da sovraccarico dell’arto superiore possono essere riunite in tre famiglie:
parestesie le cui vittime principali sono mani e polsi;
dolori tendinei e muscolari;
dolori articolari.
Tutte queste problematiche sono riconducibili a uno stress meccanico di compressione delle braccia dato da un conflitto di forze: quelle provenienti dal terreno e trasmesse dalla bici, e quelle provenienti dal peso del busto del ciclista in appoggio, e non in presa, sul manubrio.
La situazione che accentua questo tipo di compressione è quella di una distanza sella manubrio insufficiente e/o di uno scarto sella manubrio elevato. Nel caso in cui non si riesca a sopperire al problema tramite la regolazione dei parametri di assetto, il telaio risulta corto e basso, in una parola piccolo per le proporzioni del ciclista. Il maggior fuori sella necessario in un telaio più piccolo rende più difficile il raggiungimento di un adeguato scarto sella-manubrio; la posizione più corta determinata dalle dimensioni del tubo orizzontale rende più difficoltoso un corretto bilanciamento del peso fra braccia e bacino. In questa situazione le braccia risultano tese, in appoggio sul manubrio, quasi a “puntellare” la caduta del tronco; la posizione di appoggio, e non di presa (come dovrebbe essere), è quasi esclusivamente sulla parte superiore del manubrio, corna o parte orizzontale, solo raramente e con una certa difficoltà il ciclista riesce a tenere le mani nella posizione bassa.
Più raramente questo sovraccarico da compressione può essere determinato da una posizione eccessivamente lunga, favorita da un telaio lungo e abbinata a uno scarto sella manubrio elevato.
Sebbene alla base di questa sintomatologia vi sia sempre una posizione non ottimale del manubrio rispetto alla sella, vi sono altri elementi tecnici che possono accentuare le tensioni in arrivo alle mani, al polso e alle braccia come l’utilizzo di ruote con cerchi ad alto profilo, l’utilizzo di pneumatici a piccola sezione, l’utilizzo di una forcella rigida con rake ridotto e una regolazione non ottimale della rotazione del manubrio.
SEGUE NEL PROSSIMO POST…

La Posizione nella Cronometro

mercoledì, 31 marzo 2010

Le prove a cronometro rappresentano una specialità estremamente affascinante e motivante con un duplice stimolo agonistico: il tempo personale, gli altri concorrenti. Negli ultimi anni, poi, in occasione delle grandi corse a tappe abbiamo assistito a emozionanti duelli a cronometro, a volte decisivi per l’esito finale della corsa. Ciò ha contribuito, con un effetto suggestivo ed emozionale, alla crescita di questa disciplina come numero di partecipanti e come numero di manifestazioni organizzate.
Le corse a cronometro in base al tipo di percorso, possono essere distinte in crono in pianura, crono in salita o crono scalate e cronometro miste. Come è facile intuire, le crono in pianura rispetto alle cronoscalate, richiedono una posizione in sella decisamente diversa. Nelle corse in pianura infatti, la resistenza principale da superare è quella dell’attrito dell’aria, mentre, in quelle in salita la resistenza è quella della forza di gravità; ne conseguono una serie di adattamenti e di accorgimenti specifici che andremo ad illustrare.
Il primo limite nella prestazione delle gare contro il tempo è di tipo fisiologico ed è costituito dalla soglia anaerobica. La soglia anaerobica consiste nell’intensità di esercizio (in questo caso di pedalata espressa in watt) a partire dalla quale inizia l’accumulo di acido lattico, tossina derivante dalla combustione incompleta del glucosio, che limita la contrazione muscolare impedendo al ciclista di mantenere un’ intensità di esercizio e quindi una velocità superiori ad un dato limite.
Per questo motivo, nella preparazione di una corsa a cronometro quindi, occorre da un lato curare l’allenamento al fine di  innalzare l’intensità della soglia anaerobica, e dall’altro occorre occuparsi di posizionamento biomeccanico allo scopo rendere più economico il gesto, attraverso il miglioramento dell’efficienza biomeccanica, e dell’efficienza aerodinamica in pianura o del rapporto potenza peso in salita. Con una metafora è un po’ come chiedere ad un’auto di formula uno di migliorare le prestazioni                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    senza aumentare la cilindrata ma agendo sull’efficienza del motore  e sugli altri elementi come gomme, aerodinamica e altro.
All’atto pratico tutto si gioca con la regolazione del manubrio da crono che deve avvenire attraverso il rispetto delle seguenti fasi:
1.    regolazione dell’altezza degli appoggi avambracci;
2.    regolazione verso l’avanti degli appoggi avambracci;
3.    regolazione verso in larghezza degli appoggi avambracci;
4.    regolazione dell’impugnatura delle due mani in lunghezza, in inclinazione rispetto al terreno e in chiusura dei polsi fra loro
L’efficienza aerodinamica appena affrontata deve comunque sempre fare i conti con l’efficienza biomeccanica dell’azione di spinta sui pedali. Anzi, nella costruzione dell’assetto da crono, la posizione della sella in altezza e arretramento, ha sempre e comunque la priorità. A questo proposito le opinioni circa il posizionamento sella sono diverse e contrastanti soprattutto riguardo all’arretramento.
L’opinione di chi scrive è che l’altezza della sella ottimale deve rimanere invariata rispetto all’altezza sella tenuta in altre specialità. Coloro i quali sostengono che la sella debba essere alzata probabilmente sono gli stessi che sostengono un abbassamento eccessivo del manubrio. Così facendo infatti, il ciclista è costretto a portarsi in punta riducendo di fatto la distanza dal movimento centrale che deve essere compensata con l’innalzamento sella e con un conseguente ulteriore dislivello fra sella e manubrio.
Riguardo all’arretramento della sella, sempre secondo chi scrive, i sostenitori dell’avanzamento sella, sono vittima dello stesso meccanismo descritto per l’altezza sella.
Tuttavia, un piccolo avanzamento della sella, nell’ordine di 5 mm, può essere giustificato dalla necessità di portare il baricentro corporeo (spostamento del baricentro corporeo) sopra il punto di spinta sul pedale, soprattutto in considerazione delle alte tensioni di spinta.
Sulla pedivella, così come per l’altezza sella, chi scrive ritiene che non sia corretto effettuare cambiamenti utilizzando pedivelle più lunghe, come alcuni sostengono, in quanto l’efficienza della pedalata è data non solo dalla fase di spinta ma anche dalla fluidità nel passaggio dal punto morto inferiore e da quello superiore e in tutta la fase di recupero. Si ritiene quindi che vi sia un’unica lunghezza di pedivella ottimale per ogni ciclista qualsiasi sia la specialità in cui si applichi.
Segue nel prossimo post…

ALLENAMENTO CON SFR & RFR

martedì, 23 marzo 2010


Le fasi della granfondo in cui il ciclista necessita di un buon livello di forza resistente, sono numerose: affrontare salite lunghe e medie, sostenere andature elevate in solitario per un tempo prolungato, affrontare tratti in pianura con vento contrario, sono solo alcuni degli esempi.
Queste e comunque tutte le situazioni in cui la muscolatura sostiene tensione elevata con un ritmo basso di pedalata rappresentano l’ambito di intervento della forza resistente.
Come lascia intendere la definizione stessa, la forza resistente costituisce una qualità atletica derivata dalla sintesi della forza e della resistenza.
La forza muscolare è intesa come la capacità del muscolo attraverso la contrazione di opporsi e superare una forza contraria, nel nostro caso la resistenza del pedale. La massima espressione di forza muscolare del ciclista è rappresentata dalla realizzazione di uno scatto in pianura o in salita o la capacità di superare uno strappo del 15% in salita.
La resistenza muscolare è invece la capacità del muscolo di opporsi o superare una forza contraria in modo continuato o ripetuto per un tempo prolungato.
Da un punto di vista fisiologico, quindi, la forza resistente richiede il supporto sia degli elementi costitutivi della forza e sia di quelli costitutivi della resistenza.
Gli elementi che supportano la forza del granfondista sono il diametro dei gruppi muscolari, il tipo di fibra muscolare posseduto, nonchè la coordinazione intra e inter muscolare, condizionata quest’ultima anche dall’assetto biomeccanico del ciclista sulla propria bicicletta.
Gli elementi che, invece, supportano la resistenza sono la disponibilità di “benzina”, la capacità di smaltire le tossine derivanti dalla contrazione muscolare, e come per la forza, il tipo di fibra e la coordinazione intermuscolare.
In sintesi il granfondista che desideri migliorare le proprie qualità di forza resistenza, dovrà inizialmente migliorare le qualità di forza ottimizzando tono e volume delle masse muscolari e coordinazione intra e intermuscolare, allo stesso tempo dovrà dedicarsi al miglioramento dell’efficienza dei meccanismi energetici, in particolare di quello aerobico, e al miglioramento delle capacità di smaltimento delle tossine derivanti dalla contrazione muscolare.
Per migliorare la forza resistente, quindi, il granfondista, oltre agli allenamenti specifici per questo tipo di qualità, deve creare le basi durante il periodo invernale con un buon lavoro sulla forza e sulla resistenza e sulla ottimizzazione biomeccanica del gesto della pedalata.
I metodi utilizzabili per il miglioramento della forza resistente sono essenzialmente due: le salite di forza resistente(SFR), e le ripetute di forza resistente in pianura (RFR).
Le salite di forza resistente costituiscono un mezzo di allenamento specifico a intensità alternata fondato sull’esecuzione di ripetute allenanti in salita.
Le salite di forza resistenza vengono eseguite su un percorso di pendenza medio alta del 6-9% con frazioni di durata compresa fra i 2 e i 6-8 minuti da ripetersi 6 – 2 volte con un intervallo fra una ripetuta e l’altra di 2 minuti.
Per eseguire la salita di forza resistente il granfondista deve utilizzare la corona grande con un rapporto molto duro
(es. 53x 18-17-16, o 52 x 18-17-16  o 50 x 17-16-15); il ritmo di pedalata utilizzato deve essere molto basso dalle 35 alle 45, massimo 50, pedalate al minuto.
La tecnica con cui deve essere eseguita la pedalata, consiste nel dare continuità alla pedalata concentrandosi a imprimere la spinta nell’ambito più ampio possibile dei 360° con le braccia appoggiate sul manubrio che non eseguono alcuna trazione di supporto alla spinta sui pedali. Ciò comporta la massima localizzazione e concentrazione del lavoro muscolare sugli arti inferiori.
Sotto il profilo metabolico questo tipo di allenamento determina un maggior consumo di zuccheri e un aumento della produzione e dell’accumulo di tossine, in particolare dell’acido lattico.
Le ripetute di forza resistente (RFR) in pianura seguono lo stesso principio e le stessa modalità  di esecuzione. L’efficacia complessiva sull’allenamento della forza resistente è però inferiore rispetto alle salite di forza resistente.
Nelle RFR, infatti, la necessità di mantenere la continuità della propulsione e cioè della spinta è più limitata a causa di un maggior accumulo di energia cinetica che non trova come in salita il contrasto della resistenza della forza di gravità. Anche l’impegno metabolico complessivo, risulta più contenuto a causa di un minor coinvolgimento della muscolatura lombare.

Accorgimenti tecnici in salita

venerdì, 19 marzo 2010

La salita rappresenta l’elemento di amore odio per la quasi totalità della popolazione dei ciclisti.
Ogni anno  in tutto il mondo delle due ruote vengono spese grandi quantità di energia per il miglioramento della prestazione su questo tipo di percorso.
Come accennato nel recente articolo sulla tattica individuale, ogni ciclista ha la possibilità di mettere in atto una serie di accorgimenti tecnici finalizzati al miglioramento della performance in salita.
Prima di entrare nel merito di tali accorgimenti, rivisitiamo gli elementi fisici che caratterizzano questo tipo di percorso.

La salita costituisce il percorso in cui la resistenza principale da vincere è rappresentata dalla forza di gravità al contrario della pianura dove prevale la resistenza aerodinamica.

La resistenza opposta all’avanzamento dalla forza di gravità è direttamente proporzionale alla percentuale di pendenza ed è in relazione diretta con il peso del ciclista unito a quello della bicicletta.
Al contrario, la resistenza aerodinamica  aumenta in modo esponenziale con l’aumento della velocità. .
L’incidenza delle due resistenze, gravità e resistenza dell’aria, sul rallentamento del  sistema uomo-bicicletta in movimento, è decisamente maggiore da parte della forza di gravità.
Lo dimostra il fatto che, un ciclista in movimento a una data velocità (es. 25 Km/h) che decida di interrompere la pedalata si fermerà dopo pochi metri, se in salita, mentre proseguirà per una distanza maggiore, se in pianura.
Ciò significa che l’energia cinetica o inerziale accumulabile in salita è decisamente più bassa rispetto a quella accumulabile in pianura.

In relazione a questi aspetti, lo sviluppo della performance in salita deve focalizzarsi su alcuni elementi chiave: il peso del ciclista e della bicicletta in rapporto alla potenza espressa, la modalità di espressione della potenza e il livello di resistenza di gravità ovvero di percentuale di pendenza.

Alleggerire
Primo obiettivo tecnico è quindi alleggerire ovvero ottimizzare il peso del sistema uomo bicicletta riducendo al minimo la massa inerte.
Le prime attenzioni vanno rivolte al proprio peso corporeo valutando, anche con l’aiuto di personale specializzato, medico o preparatore, la massa grassa in eccesso. Non sarebbe infatti, molto logico investire su componenti ultraleggeri prima di avere eliminato la propria zavorra in eccesso.
In ogni modo, comunque, l’alleggerimento del mezzo può essere fatto componente per componente mantenendo come priorità sicurezza ed ergonomia.
La ricerca del telaio o del componente ultraleggero non deve, infatti, mai mettere a rischio la tenuta del mezzo, soprattutto in caso di corporatura è pesante,  e deve garantire una posizione confortevole e degli appoggi (sella, manubrio e pedali) ergonomici.
Ad esempio la scelta di un telaio piccolo, come dimensioni, rispetto alle proprie ideali, conduce si ad un alleggerimento, ma al tempo stesso ad una perdita di comfort che si traduce anche in una riduzione della performance. Lo stesso dicasi, ad esempio, per una sella ultraleggera ma con una conformazione non adeguata a quella del proprio bacino. Tornando al telaio, occorre inoltre sottolineare che il rendimento meccanico di un telaio in salita è dato non solo dal suo peso ma dal contenimento delle dispersioni.

Rapporto potenza peso
Dopo aver ottimizzato il proprio peso e quello della propria bicicletta, occorre ottimizzare la potenza dell’azione di pedalata.
L’ottimizzazione della potenza dello scalatore e conseguentemente del rapporto peso/potenza, deve essere ottenuta su più fronti: potenza alla soglia anaerobica, potenza anaerobica, continuità di potenza ovvero continuità di spinta e riduzione delle dispersioni di potenza.
La potenza alla soglia anaerobica in salita, cioè il livello massimo di intensità che il ciclista riesce ad esprimere prima di accumulare acido lattico nell’organismo e nel muscolo, permette di definire il valore più alto di potenza media che egli può esprimere per un tempo prolungato, superiore ai 5 minuti.
La potenza alla soglia anaerobica in salita, cioè il livello massimo di intensità che il ciclista riesce ad esprimere prima di accumulare acido lattico nell’organismo e nel muscolo, permette di definire il valore più alto di potenza media che egli può esprimere per un tempo prolungato, superiore ai 5 minuti.
La potenza anaerobica in salita, consiste invece, nell’intensità di esercizio che il ciclista è in grado di esprimere in salita oltre il valore di soglia anaerobica e quindi accumulando acido lattico. La potenza anaerobica permette al ciclista una velocità relativa elevata ma limitata nel tempo di solito inferiore ai 5 minuti.
Sia la potenza alla soglia anaerobica che la potenza anaerobica possono essere migliorate con un allenamento specifico ma sono altresì condizionate da un corretto assetto biomeccanico, da una corretta tecnica di pedalata e da una razionale gestione dei  rapporti e della cadenza di pedalata.
La continuità della spinta è un aspetto che ogni scalatore deve continuamente e spesso inconsciamente affrontare. La bassa energia cinetica o inerziale accumulabile in salita, soprattutto nelle pendenze più acerbe, impone non solo di rilanciare la propulsione ad ogni colpo di pedale, ma di limitarne al minimo le interruzioni o le riduzioni.
La continuità della spinta, condiziona fortemente sia il livello di potenza alla soglia anaerobica, sia il valore di potenza anaerobica ed è strettamente correlata al un corretto assetto biomeccanico, con particolare riferimento alla dimensione della pedivella e alla gestione dei  rapporti e della cadenza di pedalata.
La comodità dalle sollecitazioni verticali è legata principalmente a tre aspetti:
A) la geometria e i materiali utilizzati nella realizzazione del telaio, nonché il tipo di ruote  utilizzate (alto profilo, basso profilo).
Riguardo la geometria si può affermare che maggiore risulta l’inclinazione del tubo piantone (vicino ai 75°) e maggiori risultano le sollecitazioni verticali provenienti dal terreno; lo stesso si verifica in presenza di telai piccoli o slooping, in cui le dimensioni rimpicciolite  dei due triangoli anteriore e posteriore, determinano una maggior rigidità del telaio e quindi una minore capacità di assorbimento delle sollecitazioni meccaniche.
Riguardo invece ai materiali il primato di comodità spetta al carbonio, seguito da titanio, acciaio e infine alluminio.
Riguardo infine alle ruote, il basso profilo conferisce minore rigidità e maggior assorbimento rispetto alle ruote a medio e alto profilo. Su lunghe distanze quindi, sono preferibili ruote a basso profilo mentre, al contrario, su specialità corte e veloci e in assenza di vento forte, si può optare per le ruote a medio e alto.
B)l’assetto biomeccanico definito dalla posizione di sella e manubrio.
Una posizione eccessivamente corta, cioè di poca distanza fra sella e manubrio, e una posizione di eccessivo dislivello, sempre di sella e manubrio fra loro, determinano una eccessiva sollecitazione sulle braccia e la predisposizione a tensioni sul tratto lombare.
C) la lunghezza e l’irregolarità del percorso, sono ulteriori elementi di tensione, limitanti la comodità sulla bicicletta.
L’ergonomia e la prevenzione del sovraccarico di muscoli tendini e articolazioni è messa a dura prova dalle distanze lunghe e dalle intensità elevate ed è determinata essenzialmente da due componenti:
a)    l’ergonomia dei tre appoggi: sella, manubrio, scarpe-tacchette-pedali.
La scelta di sella, manubrio, e del sistema tacchette-pedali nonché delle scarpe, deve essere sempre attentamente valutato e realizzata nel rispetto della anatomia delle tre parti di appoggio.
b)    Il compenso delle asimmetrie.
Partendo dal fondato presupposto che nessuno di noi è perfettamente simmetrico e uguale a destra e a sinistra, si deve concludere che, dal momento che la bicicletta propone una situazione simmetria, il nostro corpo attua degli adattamenti che sempre tolgono efficienza e che in qualche occasione apportano tensioni se non proprio a dolori da sovraccarico.
L’efficienza biomeccanica dell’azione sui pedali è messa alla prova da intensità e ritmo di pedalata elevati, ed è strettamente legata, oltre che alla ergonomia degli appoggi e al compenso delle asimmetrie, alla regolazione della posizione della sella in altezza e arretramento e del manubrio in altezza rispetto e distanza rispetto alla sella.
La guidabilità della bicicletta è messa a dura prova dai percorsi curvilinei e dalle alte velocità in discesa.
Sotto il profilo tecnico la guidabilità della bicicletta si gioca per l’80% sulla parte anteriore della bicicletta con i seguenti elementi: l’angolo del tubo di sterzo, il rake della forcella, la lunghezza dell’attacco e la larghezza del manubrio.
Il restante 20% è determinato dal bilanciamento fra carico del carro posteriore e carico del carro anteriore.
Lo spostamento del baricentro corporeo rispetto alla spinta è determinato dall’intensità di pedalata e dalla pendenza del percorso.
Con l’aumentare dell’intensità della spinta sul pedale, aumenta proporzionalmente la necessità di contrastare la resistenza del pedale con il peso corporeo. Nel superare tale resistenza, di direzione contraria a quella di spinta, la gamba del ciclista deve essere supportata dal baricentro corporeo, cioè quel punto in cui confluiscono le forze peso del corpo che idealmente possiamo collocare in corrispondenza dell’ombellico. Per questo motivo nelle fasi intense di spinta in pianura si tende a spostarsi in avanti  mentre in salita si tende a flettere il busto maggiormente in  avanti.  Il motivo della maggiore attitudine dei ciclisti di taglia piccola e leggeri ad alzarsi sui pedali nelle andature in salita, è determinato dalla impossibilità da parte loro di contrastare la resistenza del pedale con il baricentro corporeo. Al contrario, i ciclisti di taglia grande e pesanti, trovano più conveniente l’andatura seduta in quanto il loro baricentro è in grado di supportare la gamba nel contrastare la resistenza del pedale.
Nelle diverse tipologie di percorso, pianura, salita, discesa, la posizione in sella si modifica al fine di garantire una buona efficienza nella spinta sul pedale.
Nel percorso in salita in posizione seduta, si porta il busto in maggior flessione in avanti ma frequentemente, al fine di dare continuità all’azione di spinta, si tende a spostarsi all’indietro sulla sella.
Nel percorso in discesa si assiste ad uno spostamento all’indietro sulla sella, questa volta non per supportare la pedalata, ma per motivi legati alla guidabilità e al bilanciamento del peso.
Nel percorso in pianura il ciclista con una buona posizione rimane centrato sulla sella spostandosi in avanti solo nelle fasi di intense di spinta come lo scatto o l’allungo.
L’efficienza aerodinamica può essere definita come la capacità del sistema uomo bicicletta di opporre la minor resistenza possibile all’avanzamento. L’importanza dell’efficienza aerodinamica, è legata al percorso e alla specialità. In salita il valore della resistenza dell’aria all’avanzamento è trascurabile per la bassa velocità. In discesa al contrario e nelle alte velocità in pianura l’efficienza aerodinamica diventa prioritaria. Infatti, la resistenza all’avanzamento che incontra il sistema uomo-bicicletta aumenta in modo esponenziale con l’aumentare della velocità.
Per questo motivo le gare contro il tempo in pianura, o nel velodromo, sono caratterizzate dalla ricerca esasperata della aerodinamicità.

Pedalare in Salita

mercoledì, 17 marzo 2010

Pedalare in salita rappresenta una delle condizioni più coinvolgenti e impegnative per ogni ciclista, capace di differenziare tecnicamente un atleta dall’altro.

Vi sono due sostanziali elementi che differenziano la pedalata in salita da quella in pianura.

Il primo elemento è rappresentato dalla pendenza che impone al ciclista un avanzamento e un abbassamento del baricentro davanti alla perpendicolare della forza di gravità passante per il movimento centrale vicino o sopra alla perpendicolare gravitaria passante dal punto di spinta sul pedale.

Le tecniche di pedalata utilizzate in queste condizioni, sono essenzialmente due:

- la pedalata in posizione seduta;

- la pedalata in fuorisella.

Ognuna della due tecniche, presenta poi numerose sfumature in funzione della struttura e delle proporzioni corporee, del rapporto potenza/peso, del tipo di telaio e di assetto.

In particolare struttura e proporzioni corporee, nonché rapporto potenza/peso condizionano in modo decisivo la tecnica di pedalata in salita.

La definizione della posizione in sella prevede l’ottimizzazione dei seguenti parametri.

1) l’ergonomia e la prevenzione del sovraccarico di muscoli tendini e articolazioni

2) la comodità dalle sollecitazioni verticali

3) l’efficienza biomeccanica dell’azione sui pedali

4) la guidabilità
5) lo spostamento del baricentro corporeo rispetto alla spinta
6) l’efficienza aerodinamica Avrete già intuito che l’efficienza aerodinamica, essendo importante per velocità superiori ai 30 km orari è assolutamente fuori luogo fra i parametri importanti per migliorare l’assetto per i percorsi in salita; dovrà perciò essere sostituito con il parametro rapporto potenza-peso. La comodità intesa come riduzione delle sollecitazioni verticali provenienti dal terreno, è il parametro meno importante, fra quelli riportati, nel miglioramento dell’assetto in salita.

Le ragioni sono essenzialmente due: primo motivo è dato dalla bassa velocità che rende minime le sollecitazioni verticali; secondo motivo è dato dall’utilizzo frequente dell’andatura in fuori sella.

Sull’ ergonomia, invece, intesa come ottimizzazione degli appoggi di scarpe-tacchette-pedali, manubrio e sella, nonché del compenso di eventuali asimmetrie, è importante lavorare al fine di migliorare il rendimento in salita. L’ergonomia del sistema scarpa-tacchetta-pedale è decisamente un elemento fondamentale per la pedalata in salita sia da seduti che in fuori sella. Il pedale deve anzitutto garantire un’ampia superficie di appoggio, importante soprattutto per il fuori sella; le tacchette devono essere regolate attentamente e in caso di diversa lunghezza dei piedi la regolazione dovrà essere diversa fra piede sinistro e destro. Le scarpe ne troppo grandi ne troppo piccole, devono avvolgere e tener fermi i piedi nelle fasi intense di spinta sui pedali. Infine l’utilizzo di un plantare ergonomico che stabilizzi la caviglia rispetto al ginocchio, permette nell’andatura in fuorisella un’efficienza e un’economia del gesto di gran lunga superiori a una situazione di superficie piana. La sella potrà essere regolata con la punta 5-6mm più in basso rispetto alla parte posteriore, allo scopo di ridurre la pressione sulle parti genitali nelle fasi di flessione del busto nell’andatura da seduti. Il manubrio dovrà essere di larghezza adeguata alla larghezza spalle, ne più largo e nemmeno più stretto. Le immagini di Marco Pantani nella scalata allo Zoncolan del giro 2003 ci devono ricordare che le asimmetrie (cioè una diversa lunghezza fra gamba destra e gamba sinistra) sono più frequenti di quel che si può comunemente pensare. Il compenso delle asimmetrie, ad intensità così elevate può rappresentare quella marcia in più capace di fare la differenza. L’efficienza biomeccanica nella pedalata in salita è determinata dalla lunghezza delle pedivelle, dalla posizione del manubrio e nella tecnica da seduti dalla posizione della sella.

Per quanto riguarda la lunghezza delle pedivelle, occorre sfatare il luogo comune abbastanza diffuso, che prevede l’utilizzo di una pedivella più lunga (di 2,5-5mm rispetto all’ottimale) al fine di migliorare la prestazione in salita. I fautori di questa teoria, sostengono che, in considerazione delle alte resistenze da superare nella pedalata in salita, una pedivella più lunga e quindi una leva più lunga, consentirebbe una migliore efficienza. I contrari a questa teoria, fra cui si schiera chi scrive, sostengono che l’efficienza della pedalata non è determinata solo dalla fase attiva di spinta (5° – 175°) ma anche dalla fase di recupero e da un fluido passaggio del PMS (punto morto superiore) e del PMI (punto morto inferiore). Secondo questa corrente di pensiero, esiste un’unica lunghezza di pedivella ottimale per ogni persona, determinata dalle dimensioni degli arti inferiori. L’individuazione della giusta lunghezza delle pedivelle può essere effettuata tramite un test dinamometrico presso alcuni centri di biomeccanica.

La posizione del manubrio è estremamente importante nella pedalata in salita sia in termini di efficienza e sia in termini preventivi.

Per l’andatura in fuori sella il manubrio deve permettere un comodo appoggio sulle leve freno dove è possibile il controllo dei rapporti, anche se, in alcuni casi anche a livello professionistico, assistiamo a ciclisti che adottano nella parte più bassa della curva o nella parte orizzontale alta.

Per l’andatura in posizione seduta, il manubrio deve permettere un buon bilanciamento del tronco sulla ruota anteriore con un’impugnatura che può essere sulla parte orizzontale alta o sulle leve dei comandi. Un tale risultato può essere ottenuto agendo sia sulla distanza sella manubrio e sia sullo scarto sella attacco tenendo in considerazione il fatto che ad ogni 3 cm di maggior scarto sella attacco si verifica un contemporaneo aumento di 1 cm della distanza sella manubrio e viceversa.

L’errore che ogni ciclista deve evitare, soprattutto se debole a livello di schiena, è quello di posizionare il manubrio eccessivamente in basso rispetto alla sella. In queste situazioni infatti, la schiena, a causa della doppia azione di trazione delle braccia in avanti e rotazione verso dietro del bacino, tende a inarcarsi in misura consistente, tanto da determinare fenomeni di irritazione delle radici nervose o di stiramento dei muscoli paravertebrali. In due parole: mal di schiena.

Il valore sia di distanza sella manubrio che di scarto sella attacco ottimali sono difficilmente riconducibili a tabelle a causa delle variabili di lunghezza e flessibilità del tronco, lunghezza delle braccia. Un metodo pratico può essere quello di posizionare il manubrio in modo tale da poter percorrere un tratto pianeggiante per 30 minuti con le mani in posizione bassa senza particolari tensioni respiratorie o muscolari a livello di spalle, braccia e schiena.

La posizione della sella per la salita, riguarda, ovviamente la pedalata in posizione seduta.

Come accennato nella parte iniziale e come vedremo in seguito, il corpo del ciclista in salita tende a portarsi in avanti allo scopo di portare il proprio baricentro sopra al punto di spinta sui pedali. Stranamente, però, circa l’80% dei ciclisti, riferisce di ricercare, nelle fasi impegnative in salita, una posizione più arretrata sulla sella. Perché? Il motivo è da ricercare nella posizione ottimale di altezza e arretramento della sella che consente un superamento del PMS e del PMI senza particolari rallentamenti. In salita infatti, al contrario di quel che avviene in pianura o in discesa, l’energia cinetica del sistema uomo-bicicletta è molto bassa, tanto che l’andatura e l’azione della pedalata risentono degli eventuali rallentamenti presenti nella fase di spinta.

Lo spostamento che ogni ciclista attua in modo spontaneo e quasi automatico in salita non è altro che il tentativo quindi di conferire continuità all’azione di spinta sui pedali.

Quando questi spostamenti risultano eccessivi, molto probabilmente la posizione della sella è da rivedere, più frequentemente con una correzione verso dietro.

Sulla guidabilità della bicicletta in salita occorre affrontare ed prevenire un unico aspetto: il sovraccarico del carro posteriore. Un normale bilanciamento in pianura, prevede una ripartizione fra carro anteriore e carro posteriore rispettivamente del 40% e 60%. In salita il bilanciamento tende a modificarsi con un aumento del carico sul carro posteriore. Se, a causa di una posizione troppo corta, vi è una limitazione del compenso , la bicicletta risulta eccessivamente appesantita sul mozzo posteriore con conseguente minor controllo del mezzo. La dove sia possibile, consigliamo, quindi di allungare l’attacco del manubrio.

Una situazione particolare incontrata ben più di una volta da chi scrive, riguarda il comportamento in salita di alcuni telai di “taglia grande”. Vi sono infatti ciclisti con cavallo superiore ai 93-95 che pedalando soprattutto con pendenze elevate perdono di aderenza con la ruota anteriore, a causa dell’avvicinamento dell’ appiombo del baricentro sul mozzo posteriore. Ciò si verifica con l’utilizzo di telai sottodimensionati, oppure con l’utilizzo di telai di misura adeguata ma con carro posteriore troppo corto.

Lo spostamento del baricentro corporeo in salita è determinato da due elementi: la pendenza, l’aumento della resistenza sui pedali.

Rispetto all’incremento della pendenza, l’adattamento attuato dal ciclista al fine di contrastarlo è quello dell’abbassamento e avanzamento del busto e quindi del baricentro corporeo. Questo adattamento risulterà efficace soltanto nel caso di una adeguata misura del telaio e posizione del manubrio.

L’aumento della resistenza sui pedali viene contrastato ovviamente con un incremento della forza impressa sui pedali. L’azione delle sole gambe però, non è sufficiente.

Nel superare tale resistenza, di direzione contraria a quella di spinta, la gamba del ciclista deve essere supportata dal baricentro corporeo, cioè quel punto in cui confluiscono le forze peso del corpo che idealmente possiamo collocare in corrispondenza dell’ombellico. Per questo motivo nelle fasi più intense in salita assistiamo ad un ondeggiare del busto in corrispondenza della gamba di spinta. Conseguentemente, la principale ragione della maggiore attitudine dei ciclisti piccoli e leggeri all’andatura in fuori sella, è dovuto alla impossibilità di contrastare la resistenza del pedale con il loro baricentro corporeo. Al contrario, i ciclisti di taglia grande e pesanti, trovano più conveniente pedalare in posizione seduta in quanto il loro baricentro è in grado di supportare la gamba nella spinta contro la resistenza del pedale.

Il rapporto potenza/peso rappresenta un parametro che condiziona in modo indiretto la posizione del ciclista in salita. Infatti, un ciclista in soprappeso, o comunque con un basso rapporto potenza/peso alla soglia anaerobica, (inferiore a 3,0 fonte Velosystem®), sarà più propenso a pedalare in posizione seduta anche nelle salite più impegnative in quanto risulterà per lui la tecnica più conveniente. Ciò potrebbe giustificare una posizione di sella e manubrio più consona alla posizione seduta.

Al contrario un ciclista leggero con un alto rapporto potenza/peso alla soglia anaerobica (superiore a 4,5 fonte Velosystem®), più facilmente troverà conveniente nelle salite impegnative utilizzare l’andatura in fuori sella. In questa situazione il manubrio potrebbe subire specifiche regolazioni al fine di agevolare questa tecnica di “arrampicata”.

L’alimentazione Over 50

martedì, 9 marzo 2010

Un detto più volte ripreso dice: “noi siamo quello che mangiamo”. Effettivamente ciò corrisponde a realtà in quanto, come dimostrato da numerose ricerche scientifiche, le abitudini alimentari di ognuno di noi si riflettono in modo diretto sul nostro stato di salute e sulla nostra condizione fisico atletica.

La pratica del ciclismo, per una persona sopra i 50 anni, costituisce un elemento capace di contrastare in modo indiretto le cattive abitudini alimentari. Ciò si verifica per un duplice meccanismo.

Il primo meccanismo è rappresentato dal migliore e più veloce smaltimento delle eventuali tossine introdotte con gli alimenti, e dall’aumento del metabolismo, da cui consegue un maggior consumo dei grassi in eccesso.

Il secondo meccanismo è costituito dallo stimolo ad ottimizzare le abitudini alimentari, indotto in modo quasi automatico dalla pratica del ciclismo, allo scopo di migliorare le proprie performance di benessere o competitive.

L’alimentazione e l’integrazione alimentare, quindi, rappresentano insieme ad allenamento e riposo, uno dei tre elementi alla base del miglioramento della condizione fisico-atletica.

Possiamo suddividere l’alimentazione del ciclista in alimentazione nei giorni inattivi, e alimentazione nei giorni di allenamento o gara.

Sia nel primo che nel secondo caso, l’alimentazione ha l’obiettivo di rifornire l’organismo dell’energia spesa nelle funzioni quotidiane, sportive e non, e di apportare quegli elementi utili a mantenere le funzioni metaboliche e a mantenere integra la struttura. Il rifornimento di energia viene garantito soprattutto tramite zuccheri e grassi, mentre l’apporto degli elementi metabolici e strutturali avviene tramite l’apporto di acqua, sali minerali e vitamine e proteine.

L’integrazione alimentare del ciclista over 50 può essere suddividere in supplementazione all’alimentazione quotidiana, e in integrazione prima, durante e dopo l’attività ciclistica.

La supplementazione rigorosamente da valutare con il proprio medico di fiducia, può essere costituita da multivitaminici e multiminerali come già visto, da proteine in polvere in pasti dove risulta più difficile garantire un apporto proteico come ad esempio a colazione, o da particolari composti a base vegetale per stimolare specifiche funzioni dell’organismo.

L’integrazione alimentare invece si riferisce in modo specifico al momento che precede, al durante e al dopo allenamento.

Prima dell’allenamento o della gara non vi sono particolari integratori consigliabili, a meno che l’allenamento o la gara non siano particolarmente lunghi e impegnativi, nel qual caso è ipotizzabile l’utilizzo di alcuni aminoacidi al fine di preservare maggiormente il muscolo durante la pedalata.

Durante l’allenamento o la gara l’integrazione particolarmente raccomandata a qualsiasi ciclista over 50 è l’utilizzo di una bevanda isotonica composta da acqua, sali minerali e una percentuale di carboidrati con diversa velocità di assorbimento.

L’integrazione a conclusione dell’allenamento e della gara deve invece includere un pronto reintegro entro i primi 90’ minuti di una discreta quantità di zuccheri assunti anche in forma semplice, destrosio, saccarosio, glucosio.

La quantità può variare da 50gr a 100gr a secondo dell’intensità dell’allenamento sostenuto.

Assieme agli zuccheri, nei primi 90’ minuti successivi all’allenamento, è importante che il ciclista over 50 reintegri anche una quota di aminoacidi di cui il muscolo si è impoverito durante la contrazione.

La quantità dei principi nutritivi da introdurre con l’alimentazione è sempre in funzione dell’intensità dell’attività fisica, sportiva e non sportiva che il nostro corpo sostiene giornalmente.

Il conclusione il ciclista over 50 deve curare con attenzione l’aspetto alimentare e l’integrazione. Le peculiarità della fisiologia e del metabolismo a questa età richiedono alcuni accorgimenti al fine di contenere e contrastare quegli aspetti che tendono al limitare la pratica del ciclismo in piena efficienza.